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Analizzando la partita persa dall’Andrea Costa di Massimo Bianchi contro la Trenkwalder Reggio Emilia, bisogna considerare prima di tutto in quale ambito la squadra imolese sia andata sotto. La risposta è lampante: intensità, voglia di vincere. Ma anche controllo del ritmo, contro una squadra più corta e per questo, più motivata. Solitamente, l’Aget deve fare i conti contro una situazione inversa: dev’essere lei, più corta e più debole, almeno sulla carta, rispetto agli avversari, a sopperire con l’orgoglio, la rabbia agonistica, e l’esuberanza tipica di un gruppo giovane come quello di Bianchi. Domenica sera è andata diversamente, anche se non sarebbe corretto dire che l’Aget abbia affrontato la partita scarica e senza motivazioni. Tutt’altro, Imola è scesa in campo concentrata e vogliosa di fare risultato: semplicemente, Reggio Emilia era più disperata, e affamata, di Imola, e da qui è scaturita la differenza in campo. Dopo qualche minuto di equilibrio, il primo break reggiano è nato dalle giocate di Alvin Young, uno che ha accettato di tornare a Reggio, dove aveva già conquistato anni fa una promozione, e di farsi allenare nuovamente da Marcelletti, anteponendo il cuore al portafogli. E di cuore, Young, ne ha messo tanto in campo anche domenica sera. L’americano di New York ha trascinato la sua squadra all’impresa aggredendo la partita dai primi possessi, segnando venti punti dei suoi ventinove totali nel solo primo tempo, facendo toccare con mano ai compagni la possibilità di vincere una partita impossibile. Già, la differenza è venuta dalla testa di Reggio, dalle sue motivazioni maggiori: senza Melli, che sarà operato domani a Bologna al legamento crociato infortunato contro Sassari prima di Natale e che non tornerà prima della prossima stagione, senza Masoni e senza Infante, la squadra di Marcelletti era ridotta a sole sei unità, con il solo Chris Heinrich in grado di giocare sotto canestro. Almeno sulla carta, dovevano essere in sei a metter piede sul parquet, con Bryant Smith e Maestrello a sacrificarsi per tutta la partita in un ruolo, quello di ala forte, mascherata in questo caso, non esattamente cucito per loro: a conti fatti, si è aggiunto anche il perticone Ancellotti, 2.12 classe 1988 dal sicuro avvenire, ma il suo ingresso in campo ha inciso senza risultare determinante. Ad essere determinante, è stata l’aggressività reggiana, su entrambe le metà campo. Dovendo giocare con i quattro esterni per quasi tutta la partita, l’unica possibilità per Marcelletti era rappresentata dall’uso esasperato di transizione e gioco in contropiede. Contro una squadra che fa del gioco in post basso del suo centro, Bunn, il proprio cavallo di battaglia, le uniche possibilità di vincere, per Reggio Emilia, erano quelle di attaccare la difesa imolese quando questa non era ancora schierata. Affidandosi poi al controllo dei rimbalzi difensivi, fondamentale nel quale Heinrich prima ed Ancellotti poi hanno incatenato Bunn. Reggio Emilia è partita bene, seguendo questo schema di gioco, Imola si è in un primo momento adeguata, primo errore, per poi non riuscire più a riprendere in mano la gara, secondo errore. Nel finale, è stato assalto all’arma bianca, con Sorrentino a guidare la squadra laddove Bunn – con la febbre – e Swann non stavano riuscendo, ma è mancata la lucidità. E per Imola, è mancata la vittoria. Lezione da imparare, al più presto.

Categoria: Calcio
 

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