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Presidente Sacrati, un 2008 stonato si è chiuso con clamorosa stecca finale di Pesare. Arrabbiato? «Una sconfitta che brucia, c’è poco da dire. Dopo Milano, l’entusiasmo ci aveva fatto sognare altri risultati. Ma non va dimenticato che c’era in campo mezza squadra. Anzi, un terzo: c’è chi ha giocato con la febbre…»
Che bilancio ne consegue?
«Credo si debba lasciare a Pancotto, che è arrivato da pochi giorni, il tempo per lavorare. Di lavoro, per amalgamare la squadra, ce n’è parecchio. Ma siamo sereni, e crediamo che nella seconda parte di stagione la vera Fortitudo verrà fuori».
Intanto rischiate di perdere il primo treno, la Final Eight di Coppa Italia.
«Beh, non ci ammazzeremo per questo, se succederà. E comunque il discorso non è chiuso. Certo, ci aspettano tre partite difficili, con Teramo, Caserta e Cantù. Ma guai a chi si arrende. In questo campionato se vinci due partite di fila leggi già un’altra classifica. La cosa fondamentale, per me, è andare avanti in Europa. Ci crediamo, vogliamo arrivare a Torino».
E raddrizzare la rotta in campionato.
«Sì, gli obiettivi sono questi, andare avanti in Europa e risalire la classifica in Italia. Senza dare per persa la Coppa. Non ancora».
L’ha poi fatta questa chiacchierata con Savic?
«Vorrei chiarire questo punto. Non so se mi sono spiegato male a fine partita, io volevo solo dire che di cose tecniche è giusto che parli Savic. Non ho mai pensato di parlare della sconfitta con Zoran. Non l’ho nemmeno ancora chiamato, se lo conosco bene immagino che sia uscito dal palazzo molto più arrabbiato di me».
Nessun problema tra voi?
«Assolutamente nessuno, ci mancherebbe. Lui sta portando avanti un progetto a lungo termine, e andiamo avanti. Non è pensato soltanto per quest’anno, anche se sono convinto che questa squadra possa ancora cambiarsi la vita».
Di cambiamenti, a questo punto, potrete farne pochi.
«Ma questi giocatori per me hanno stoffa, talento. Si tratta di incanalarlo. Per questo abbiamo scelto Pancotto. Per cambiare rotta. Dico la verità, spero davvero che quest’anno d’inferno si possa archiviare, e che inizi un po’ di sereno. In questo momento siamo dentro una barca, in mezzo al mare in tempesta. Ci abbattiamo aspettando che domani esca fuori un raggio di sole».
Potesse buttare qualcosa dalla finestra, la notte di San Silvestro?
«Non butto via niente di questa annata. Nel bene e nel male, da ogni esperienza si impara qualcosa».
Certo che anche lei si è complicato parecchio la vita. Il progetto del Parco delle Stelle le avrà portato via parecchia energia.
«Ci ho creduto e ci credo, in quel progetto. Ecco, pensando alla caparbietà con cui l’abbiamo portato avanti mi viene da dire che vorrei che anche la squadra, i giocatori si mettano in testa la mentalità che sta guidando la società».
Come dire che senza i risultati anche i progetti migliori vacillano.
«No, non esattamente. I risultati non sono indispensabili per far andare avanti il Parco delle Stelle, ma certo la squadra deve provare a venirci dietro».
Prendere un po’ della sua mentalità?
«Esatto. Cosa avrei dovuto fare, quando portavo avanti le mie idee contro mille ostacoli? Ammazzarmi? No, io sono ancora qui. E le mie idee stanno per andare in porto».
Aveva detto che altre persone, oltre agli americani, l’avrebbero seguita. Le presenterà?
«In due anni abbiamo lavorato sodo, e sempre sottotraccia. Le cose si fanno in silenzio, in modo che alla fine il risultato sia ancora più efficace e sorprendente. Stiamo programmando e predisponendo un momento in cui mettere il progetto vero, completo, sul piatto. Credo possa succedere a fine febbraio, inizio marzo. Voglio che sia qualcosa di grande, a livello europeo. Qualcosa di nuovo, di diverso, di veramente importante. Le idee ci sono, il progetto anche, la voglia di fare non manca. E i risultati stanno arrivando».
La tifoseria soffre e a volte, civilmente e ironicamente, contesta. La sente ancora vicina?
«Credo che i tifosi abbiano capito lo sforzo che sto facendo. E anche le controversie e i disagi che ho sopportato. Credo abbiano fiducia. Certo, non sopportano di vedere i giocatori andare in campo senza grinta. Hanno ragione. A loro dico che non c’è bisogno di fare altre rivoluzioni per trovarla. Questi giocatori a Milano l’hanno dimostrato. E anche una squadra giovane, non dimentichiamolo. Gente di vent’anni che deve crescere, che può sentire la pressione più di chi ha esperienza da vendere. Pancotto ci sta lavorando. Diamogli tempo».
Cos’è lo spirito Fortitudo, secondo Sacrati? Soprattutto: esiste ancora?
«Personalmente credo di averlo addosso. Certo che c’è, deve continuare a esserci. Però dobbiamo abituarci a vincere. La sofferenza va bene, è nel nostro dna, ma dobbiamo anche cercare di arrivare. Di godercela un po’. Sento spesso intorno a me questo alone di pessimismo, il concetto del “non ce la fai”. Chi l’ha detto? Chi vuole, può».
C’è qualcosa che ha fatto nel 2008 e non rifarebbe?
«Ho parlato troppo sui giornali».
Ma guardi che ha parlato pochissimo.
«Appunto, parlerei ancora meno. Le parole, anche in buona fede, possono assumere altri significati quando sono riportate».
Si faccia un augurio per l’anno che verrà. «Vorrei giocarmi qualche finale. In Italia, in Europa. Vorrei la Fortitudo all’altezza a cui merita di stare».

Categoria: Basket
 

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