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Passione, voglia contagiosa, manie di grandezza. Bastone, carota, e trattative. Furenti, in pieno stile suo. Lo stile di un uomo che si è fatto da solo, avvicinatosi alla pallacanestro quasi per gioco, e poi, di colpo, trovatosi a gestire un qualcosa di cui si innamorò subito perdutamente.
Il Basket Rimini, quello vero, quello più forte, quello del sesto posto in A1, quello della Korac, quello di Myers – Ferroni e Ruggeri, richiama alla mente solo il suo nome. Corrado Sberlati, e l’epopea biancorossa.
Settembre 1983, ecco quando. Arrivò in via Dante coi soldi freschi della Marr, società di cui era leader assieme a Luigi Cremonini: si capì subito che non era un “tanto per fare”, ma era una visione. Quella di un uomo che voleva stupire. E ci riuscì immediatamente, col mitico Piero Pasini in plancia e un gruppo leggendario che regalò la prima, storica promozione in A1 a Rimini. Wansley, Cecchini, Benatti, Sims, Sandrino Angeli.
L’anno dopo arrivarono Reggie Johnson, l’americano più forte, assieme a Rodney Buford, mai visto da queste parti, e Maurizio Ferro, ora direttore sportivo dei Crabs. La Marr si salvò tranquillamente, ma a Sberlati non bastava. Voleva di più. E allora, sempre assieme a Pasini, Cervellini e Gian Maria Carasso, disegnò la stagione più scintillante della storia biancorossa, un ottavo posto in regular season che poi diventò sesto al termine dei playoff, persi nei quarti contro la Milano di Dan Peterson.
Nel tentativo di andare ancora più su, Sberlati provò il tutto per tutto: via Pasini, dentro Dado Lombardi, e vai col mercato più ricco della storia riminese. Mike Silvester, Olden Polynice, Jeff Lamp, e il pivot della Nazionale, Marco Ricci, pagato un miliardo delle vecchie lire e strappato ai club più blasonati. Fu un disastro, 4 vittorie e 26 sconfitte. Retrocessione bruciante, e un distacco inevitabile. Lasciò per una stagione – quella della Biklim – per tornare l’anno seguente: la risalita fu difficilissima, e ci vollero 5 interminabili stagioni per coronarla.
Si passò anche dalla caduta agli inferi, con lo spareggio di Treviso perso contro Cremona che, nel maggio del ’90, condannò la Marr di Ezio Cardaioli, subentrato a John Mc Millen, al baratro della B1. Sberlati non mollò, anzi, fu proprio da li che nacque la leggenda della nidiata d’oro: il Topone fu richiamato alla guida tecnica, e sotto di lui sbocciarono Carlton Myers, Franco Ferroni, Massimo Ruggeri e Renzo Semprini, per l’indimenticato doppio salto B1-A2-A1 nel giro di due anni.
Tornati nell’Olimpo, però, ci si rimase solo una stagione, senza Myers, nel frattempo “prestato” alla Scavolini Pesaro (1992-93): il maledetto “3 secondi” fischiato a Israel a Piazza Azzarita ri-sprofondò la Marr in A2, e dopo un anno di transizione, Sberlati si riprese Carlton tentando, con Di Vincenzo in plancia, una risalita che ai più pareva scontata.
Arrivò invece l’onta dello 0-3 in finalissima playoff contro Forlì, alla quale fece seguito l’epurazione: Myers, Ferroni e Ruggeri furono venduti alla Fortitudo, e cominciò l’era di German Scarone e Alex Righetti.
Nella primavera del 1997, con Piero Bucchi a dispensare difesa, il patron ritrovò il sorriso e la serie A1, conquistata al Flaminio contro Montecatini dalla Koncret di German, Rigo, Wylie e Chandler.
Nell’estate, poi, il fulmine a ciel sereno: i costi sono altissimi, Sberlati non ne può più di rimetterci 2 miliardi l’anno, e la fusione con Forlì è cosa praticamente fatta. La tifoseria biancorossa insorge, sventa l’accordo a furor di popolo: Sberlati ci ripensa, al grido “Meglio soli in C, che in A1 con Forlì”. Si va avanti da soli, e si ottiene la storica qualificazione in Coppa Korac: è l’apice della storia del Basket Rimini. Che entra nella leggenda grazie a Corrado Sberlati.
Rimini mantiene la serie A1 fino alla stagione 2000-01, quando sul pino arriva Giampiero Ticchi: Cervellini pesca Rodney Buford, la Vip è terza in classifica dopo 8 giornate. Le fughe, il crollo, la retrocessione dopo 5 stagioni. Nella stessa estate, Gianluca Sberlati muore in un incidente stradale. E’ una tragedia immensa, che segna nel profondo il padre disperato. Arriva il marchio Crabs, voluto fortemente dal patron in onore del figlio, che l’aveva disegnato. Corrado resiste un’altra stagione, ma ormai è tutto cambiato. Cede la maggioranza delle quote a Luciano Capicchioni, al quale però versa per altri 3 anni cospicue somme. Poi, lentamente, il distacco definitivo. Il 105 Stadium non l’ha più visto, troppo pesante convivere con quel ricordo. Di lui, però, Rimini si ricorderà per sempre. Ciao Corrado. E grazie di tutto.

Categoria: Basket
 

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