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Muggsy Bogues s’aggiudicò il titolo di giocatore più basso dell’Nba (160 cm) nel 1987, anno del suo esordio. Venne sommerso da una popolarità che schizzò alle stelle appena ci s’accorse che Manute Bol, 231 cm, suo compagno di squadra, era al contrario il più alto. In Italia simili minimi storici non si sono mai toccati fino all’arrivo di Earl Boykins (163 cm), eppure qualche nanetto, folletto, puffetto c’è stato, e pure bravo. Perché le miniature, nel mondo dei giganti, hanno sempre avuto grossi riconoscimenti, il salario che arriva laddove i centimetri arrancano, e i dieci anni nella Nba di Boykins bastano a spiegare un successo senza pari. Su Internet tanti ragazzini si chiedono se per giocare a pallacanestro da professionisti servano almeno 185 cm. Le risposte variano da chi difende il talento sdoganandolo dall’altezza, a chi, invece, concede solo al play qualche centimetro in meno. A Basket City non s’è mai scesi sotto il metro e 75: la Virtus brilla con Carlo Caglieris (178 cm) negli anni Settanta poi con Claudio Crippa (182 cm) nel ’98, stesso anno in cui la Effe annovera i 183 cm di David Rivers e di Stefano Attruia. Più recentemente il derby s’è giocato tra Tyus Edney (175 cm) e Travis Best (179 cm). Un precursore fu Zam Frederick, giunto in Virtus nell’81 con i suoi 176 cm.
Ma Bologna, inutile negarlo, ha esultato quasi sempre con i giganti: la Fortitudo del 2000 con i due metri di Marko Jaric — tricolore anche con la Virtus — e le Vu Nere del ’98 con quelli di Antoine Rigaudeau. «È un lusso avere un play così alto» si diceva in città. Se Boykins farà sognare sarà davvero storia, anche se dimenticare quei giganti degli anni d’oro, alti, belli e talentuosi, non sarà facile.

Categoria: Basket
 

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