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RENATO Pasquali, in 4 giorni dai campioni d´Italia ai campioni d´Europa. E´ precampionato, ma benvenuto nel basket che conta. E stavolta guida lei. Una Virtus ambiziosa, forte, lunga, complessa. Quasi vent´anni fa, in quell´89 in cui arrivò qui, pensò mai che un giorno tutto questo sarebbe stato suo?
«Non me l´aspettavo certo l´anno scorso, nel momento più difficile della carriera. Ma la mia storia con la Virtus è sempre stata un po´ originale. Difatti, quando mi chiamò, vent´anni fa, rifiutai».
Prego?
«Ero già d´accordo con una squadra di Pesaro in B2. Mi cercò Messina, gli dissi di no. Poi m´attaccai al telefono, tutti mi dissero che ero pazzo, che stavo rinunciando all´occasione che cambia una carriera. Fortunatamente dopo un´ora Ettore mi ricercò. Accettai. E glielo devo. Per com´è andata poi la mia storia, pensavo che la grande occasione l´avrei avuta da Treviso, dove sono stato 14 anni, più che da Bologna».
Dove allena la sua squadra più forte di sempre.
«In Italia sì. Ma il Kiev con cui feci la finale di Eurocup e vinsi il titolo ucraino aveva grande personalità. Questa Virtus ha obiettivi chiari: non ha offerto spazio a giovani da crescere, servono risultati, e non in tempi lunghi».
Non c´è allenatore forte senza, dietro, una società forte. Soprattutto se la squadra ha 10-titolari-10.
«Ricordo l´esperienza di Forlì. Partimmo 1-6. C´era malumore, il presidente intervenne e disse ai giocatori: se non si cambia, cambio voi, perché l´allenatore ha tre anni di contratto e lo rispetterò. Da penultimi, finimmo quinti. A Kiev eravamo terzi, ma in coppa ne beccammo trenta in casa dal Fenerbahce. Sasha Volkov, presidente, ebbe il coraggio di licenziare il più forte giocatore ucraìno. Di lì iniziò la nostra miglior stagione. Se i giocatori avvertono compattezza tra società ed allenatore, si regolano. E l´andazzo, in questo, si capisce presto: 15-20 giorni in palestra, 4-5 amichevoli. E´ il momento in cui si danno le regole e si fanno rispettare».
Nel mondo delle classifiche e delle etichette, Pasquali dove sta?
«E´ un mondo in cui le vittorie giustificano il modo d´essere degli allenatori. Ce ne sono di molto bravi, ma che resteranno considerati di medio livello perché non avranno mai la grande squadra. Le etichette si danno in dieci minuti, per toglierle non basta una vita».
Sì, ma che carriera è la sua, quella di uno che va a Reggio Emilia e viene licenziato, poi è cercato dalla nazionale femminile e infine allena una Virtus da semifinale?
«Reggio è un club sano, che ha sempre fatto passi giusti senza follie. Unico problema: nessuno dei due era pronto per l´altro. Ma rispondo alla domanda. So cosa si dice di me. Un bravo allenatore, ma… Ecco, pure se non ho mai offeso un mio giocatore o fatto di peggio, il mio obiettivo è cancellare quel ‘ma´. Mi basta un risultato».
I portici li conosce, le voci pure. Ora, al museo di Sabatini, s´è ritrovato pure, accanto alla sua, la foto di uno che la Virtus non l´ha mai allenata, Scariolo. Ma che è ‘libero e bello´, come diceva una vecchia pubblicità.
«Non nego l´evidenza: sono arrivato qui solo perché in quel momento ero fermo. E questo vale per tutti. Penso solo a far bene il mio lavoro, se pensassi che mi cacciano non ci riuscirei. L´episodio di Reggio lo vissi male, ma ora l´esonero non mi spaventa più».
Come definisce il suo rapporto con Sabatini?
«Di grande franchezza e sincerità».
Le voci accrescono la pressione?
«La pressione fa parte del nostro lavoro. Quanti vorrebbero giocare o allenare una finale che vedono solo in tv? Poi, se gli càpita, si scoprono emozionati e tesi. E´ quel che dissi ai miei l´anno scorso prima della Coppitalia. La volevamo, ci siamo, godiamocela».
Pasquali, con franchezza: messiniano o dantoniano?
«Sono stati due maestri, ma se li copiassi fallirei. Vorrei essere me stesso».
Chi ha diritto di parola nel suo spogliatoio?
«Pochi giorni fa ho posto domande su certe scelte tattiche e trovato giocatori sorpresi, impreparati. Colpa mia, non li avevo avvisati. Ma voglio gente che condivida, non che esegua».
La leadership chi l´avrà?
«Quella tecnica sta scivolando nelle mani di Boykins. Deve radunare tutti, durante i liberi, e comunicare. Ma anche altri danno l´esempio, per mentalità e rispetto delle regole, pure fuori campo».
Senza esser malintesi, ha una squadra nera, da quintetto, e una bianca, da panchina: più talentuosi i primi, più esperti i secondi.
«Capisco la divisione, ma in allenamento non la vedo. Chi è in quintetto deve motivare questo ruolo davanti agli altri. Ma varierò i quintetti, e lo sanno».
Sei esterni come questi neanche Messina li ha mai avuti.
«Ne aveva 4 e mezzo e tutti potevano giocare 35´. Qui ci sono giocatori pronti ad accettarne meno, chi perché trentenne, chi perché meno esperto. La coppa farà da equilibratore. E tra febbraio e marzo giocheremo 19 partite…».
Ha gente da quintetto che vedrà la panchina, gente da Eurolega che farà l´Eurochallenge. Mica facile.
«Inseguiamo un campionato fra le prime 4. E lì sfideremo roster da Eurolega. Dunque, solo imitandole saremo competitivi. La gestione non sarà facile, ci saranno degli insoddisfatti. Ma una grande squadra esige qualità e non quantità. Koponen vuole la Nba? Ci farebbe 8-10´. E allora s´abitui a farli al meglio con noi».
Si può dire che avrete un gruppo da Eurolega col vantaggio di… non farla?
«Durante l´anno sì, cala lo stress da sconfitta. Poi, ai play-off, ci saranno le squadre più profonde e abituate a giocare ogni tre giorni».
Obiettivi?
«In ordine temporale: giocare una Final 8 importante, fare la finale europea e in campionato ottenere un posto per la prossima Eurolega».
Sulla stessa strada c´è pure la Fortitudo.
«Ho letto: noi forti e loro pericolosi. Per me, l´una qualità non esclude l´altra. La Effe è molto competitiva, come noi».

Categoria: Basket
 

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