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VISSUTE, male, in famiglia a Treviso, le prime ore successive all’esonero, Renato Pasquali è tornato a Bologna nella tarda mattinata di ieri. Si tratterrà per qualche giorno, per sbrigare le consuetudini postume ad una vicenda già vissuta a Reggio Emilia quando, perse 4 su 6, fu esonerato perché la sua squadra «non aveva un’identità», come si disse ai tempi. Era il 9 novembre 2006 e forse è il caso che negli anni pari, in quella data, Pasquali cominci a praticare forme scaramantiche. Perché la sera di uno stesso 9 novembre si è consumato il suo ultimo atto alla guida della Virtus, dove arrivò il 22 gennaio e che ha malvolentieri lasciato con un bilancio finale di 8-19 ed una finale di Coppa ltalia persa con Avellino. «Come mi sento? E’ come se mi avessero affidato la sviluppo di una Formula 1. L’abbiamo studiata, realizzata, l’ho collaudata. Sono emersi dei problemi, li stavamo analizzando, sapevamo quali sono, tutti ben chiari lì sul tavolo. Ma è stato deciso di farli risolvere ad altri. E’ possibile che avessi mie responsabilità, ma non ero certo l’unico responsabile». Non aggiunge nulla di più Pasquali, come è logico in situazioni in cui navigando più facilmente tra la delusione, l’amarezza e l’arrabbiatura, si rischia di pescare solo dal barile dei veleni. E poi c’è l’uscita contrattuale da definire ed è possibile che il club proponga una transazione che consenta a Pasquali di allenare (all’estero, come da regolamento). Ma una volta tanto è il coach di Jesolo che può decidere del suo futuro. Torna alla mente una dichiarazione dello stesso Pasquali a metà dello scorso settembre. «A Kiev eravamo terzi, ma in coppa ne beccammo trenta in casa dal Fenerbahce. Sasha Volkov, presidente, ebbe il coraggio di licenziare il più forte giocatore ucraino. Da li iniziò la nostra miglior stagione. Se i giocatori avvertono compattezza tra società ed allenatore, si regolano». Stavolta, chiesta una testa, è rotolata la sua.

Categoria: Basket
 

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