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Renato Palumbi ha guidato la Fortitudo più a lungo di qualsiasi altro. «Dodici anni da presidente e quattro da vice presidente – precisa lui stesso – negli anni d’oro, ma anche in quelli diciamo di piombo». Verissimo: è stato a 40′ dalla retrocessione nel fatidico aprile 1992 e pure l’anno prima l’Aquila si salvò alla penultima occasione. Per questo, per aver vissuto epoche così diverse, Palumbi rimane l’interlocutore più appropriato a cui domandare come si vive, ma soprattutto come si sopravvive, sul filo del rasoio. Perché è ormai chiaro a tutti, o forse lo è da un po’, che la Fortitudo a poco più di metà stagione, non ha altro obiettivo che quello di salvarsi. Come quasi vent’anni fa. Triste, probabilmente, ma vero. Avvocato, arrivati a questo punto voltarsi indietro è quasi inevitabile, o no? «I risultati sono simili, quelle squadre però erano nate in modo diverso. Erano anni duri, il bilancio piangeva e i problemi economici erano largamente condizionanti. Si doveva lottare per rimanere in A-2 e ci stava, lo sapevano e lo accettavano tutti, non era uno scandalo. In quegli anni poteva finire anche peggio, ma quella era la Fortitudo, quello lo spirito. Condizione e prospettive erano chiare a tutti prima dell’arrivo di Seragnoli». E adesso invece? «La questione ora è completamente diversa. Dietro all’attuale squadra c’è una dirigenza che ha ripianato in pochi anni un debito enorme: il budget è di vertice, non assoluto, ma prossimo all’eccellenza. Con i soldi che girano, questa Fortitudo sarebbe da elogiare se fosse terza e farebbe il suo dovere se combattesse tra il quarto e il sesto posto. Dietro a chi spende di più, come Siena, Roma e Virtus. E invece dov’è? Con le ultime, subendo ripetute umiliazioni: no, non ci siamo». Sacrati ha messo impegno e capitale, e ormai un po’ di esperienza l’ha fatta. Che colpe ha, secondo lei, se ne ha? «Più di quello che cosa poteva umanamente fare? Ha fornito il materiale primario, adempiendo al suo compito di proprietario, al quale non rimane che attendere i risultati. Certo un margine di errore e di sfortuna c’è sempre, le carte in tavola possono cambiare, ma non in modo così clamoroso. Sacrati, ripeto, ha fatto ampiamente la sua parte. La palla, ovvero la questione tecnica, adesso sta in mano ad altri…’. Chiaro il concetto. Ma non ci sono proprio margini di miglioramento per questa squadra? «Per come sta andando, io purtroppo scorgo solo margini di peggioramento e non pochi, tra l’altro. Ogni volta c’è sempre una sorpresa negativa. La Gmac ha davanti un ciclo duro e dovrà sperare di non doversi salvare all’ultima giornata a Teramo, la mia città Natale. Ai tempi di Martinelli ci vinse alla penultima, sistemando le cose. Non converrà arrivarci nei guai. Anche perché chi investe tanto non può farlo all’infinito, senza avere il minimo ritorno di risultati». Nessuna speranza quindi di evitare la volata salvezza, par di capire. «La speranza c’è sempre. Arriverà magari un elemento in grado di ribaltare l’inerzia, come quando a fine quarto una schiacciata o un recupero sbloccano una squadra, che da inerme diventa irresistibile. Però non posso credere che gente come Strawberry si sia intristita così, all’improvviso. Anche Gordon non mi sembra così male. Conto che ci possa essere un cambio di tendenza, un’iniezione di entusiasmo. Ma pure aggrapparsi alle speranze mi sembra triste per chi era partito con ben altre ambizioni….». Palumbi, lei sembra proprio amareggiato. «Più che amareggiato, sono preoccupato ed arrabbiato. La situazione è grave, non vorrei che diventasse nefasta, ai limiti del grottesco». Addirittura. «Sono nero, proprio arrabbiato e vi spiego il perché. Domenica sera qualcuno mi ha chiamato da Rieti e mi ha detto: “Fucka è entrato con la maglia sbagliata, ha dovuto cambiarsela, che figura: state attenti che potete finire male”. Io gli ho risposto: guarda, e uso un eufemismo, che nei guai ci siamo già fino al collo».

Categoria: Basket
 

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