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Il curriculum è da orticaria. Sinisa Mihajlovic, Vukovar 20 febbraio 1969, “amico della tigre Arkan”, squalificato per 8 giornate dalla Uefa per aver sputato in faccia a Mutu, una denuncia per razzismo dopo aver chiamato Vieira “negro di merda”, un bersaglio sotto la maglia della Lazio durante la guerra in Jugoslavia, “fratello minore” di Roberto Mancini. Segni particolari: mai allenato prima d’ora. A Bologna se lo passano di bocca in bocca quel nome, con un sorriso sbilenco. È lui, Sinisa, l’erede ufficiale di Arrigoni sulla prima panchina saltata della serie A.

GIOCATORE CONTROVERSO – Uno con la gavetta sul campo: allenatore-giocatore e poi secondo manciniano all’Inter. Tanti gol (38) quasi tutti su punizione, tante punizioni quasi tutte per quel suo carattere elettrico. Una bocca di cannone, che diceva di avere sotto la maglia zittendo i tifosi laziali in contestazione. Quelli che si sentirono traditi dal razzista pentito. Gli Irriducibili una volta gli regalarono uno striscione: “Onore alla tigre Arkan”, per celebrare la morte del comandante serbo Raznatovic, organizzatore della pulizia etnica nella ex Jugoslavia. «Era un suo amico», dicevano i tifosi, «ci chiese lui quello striscione». D’altra parte si era beccato 3 giornate di squalifica in Champions e il pubblico sdegno dopo aver offeso il “negro di merda” Vieira in Lazio-Arsenal il 17 ottobre 2000. «L’ho detto – spiegò placidamente – dopo che ho sentito che lui mi diceva “zingaro di merda”. Io sono contento di essere zingaro, non è colpa mia se lui è nero, perciò non ho offeso». Finì denunciato penalmente e costretto poi a scusarsi al microfono dell’Olimpico pochi giorni dopo con un messaggio anti-razzismo. La curva si sentì scaricata, tradita. «Mihajlovic burattino ingrato», scrissero sugli spalti.

MA CHE PUNIZIONI – Sposato con Arianna, ballerina tv, per anni ha usato il suo sponsor per chiamare gli assist: li chiamava “asics”, e mamma Mihajlovic ricorse a Padre Pio per spostare la mira del suo sinistro che per un periodo puntava solo il palo su punizione. Aneddoti di un serbo tanto italiano. Arrivato a Roma nel 1992, è tornato nella capitale alla Lazio di sponda sulla Samp. Due tappe e un amico: Roberto Mancini. «Con Roberto – diceva – ho giocato tantissimi anni nella Samp e nella Lazio, così il nostro rapporto è diventato speciale. Lo considero come un fratello maggiore anche se è un rompiscatole. Mentre lui faceva segnare tutti gli altri giocatori, io ho fatto segnare tanti gol proprio a… Mancini». Per il Mancio vedeva «un futuro da allenatore meraviglioso», non preventivava certo di ritrovarsi ingarbugliato tra avvocati e Inter per il doppio esonero dopo lo scudetto nerazzurro. Ora vuole mettersi in proprio Sinisa, dopo il praticantato da uomo spogliatoio di Mancini. A fare da mediatore, lui, l’uomo intero, senza mezze misure. Col cannone sotto la maglia, affianco al bersaglio che mostrò all’Olimpico durante i bombardamenti Nato nella sua Jugoslavia. Guerra e pace Mihajlovic. Lo zingaro di destra, un ossimoro nella rossa Bologna.

Categoria: Calcio
 

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