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ORMAI definitivamente orfana dei suoi trascorsi gloriosi, alla Fortitudo non rimane che guardare in faccia il suo mesto presente e provare a lottare. L’ultimo acuto fu nel giugno 2006, finale scudetto con Treviso, poi l’oblio. Iniziato con l’avvento alla proprietà di Michele Martinelli. Questa china è cominciata con lei, ma sembra non avere fine: da diretto protagonista, può spiegarcene i motivi? «L’elaborazione del lutto si conferma lunga e dolorosa. Per assorbire il colpo dell’addio di Giorgio Seragnoli evidentemente ci vorrà tanto tempo e pazienza. Quegli anni sono stati inarrivabili e non riproponibili». Lei prese il testimone, con scarsi risultati. «Le mie responsabilità sono evidenti e le riconosco. Innanzitutto ho sbagliato la scelta del tecnico – anche Frates, mi pare, dopo disse di essere l’allenatore sbagliato nel posto sbagliato – e da lì non ci riprendemmo più». Anche adesso la faccenda non sembra allegra, nonostante i numerosi tentativi di Sacrati: non funzionano gli onerosi trapianti, di squadre e di giocatori, di adeguamenti e di rinforzi. Cosa si può fare? «Lo dico da grande tifoso della Fortitudo. Mi pare sia il momento di cambiare registro, radicalmente. Anche se bastona l’orgoglio. L’Aquila deve lasciare da parte certe velleità di grande protagonismo, anche se sono legate ad obiettivi e programmi di alto profilo. I pasticci, anche miei, di questi anni, hanno provocato un’escalation di sforzi, ricostruzioni e cattivi risultati». Quindi lei consiglia di ripartire da zero? «La Fortitudo è in serie A, non parte da zero. Ma dovrebbe fare tabula rasa e ricominciare con un progetto a lunga scadenza, con delle fondamenta solide. Non basato sul momento, o la stagione. È difficile ma bisognerebbe essere lungimiranti, pensare su un periodo più ampio. Partire dal settore giovanile, creare cioè una base su cui ricostruire». A dire la verità, non lo fanno in molti. «Ovvio l’esempio del Montepaschi, che però ha le spalle molto grandi. Ma bisognerebbe prendere ispirazione anche da alcune mosse che hanno fatto loro. A Siena curano i giovani, ma hanno pure vinto gli scudetti con due italiani naturalizzati come Eze e Stonerook. Mosse tremendamente efficaci. La Fortitudo potrebbe farcela, usando l’accortezza di far capire ai suoi tifosi che servirebbero un po’ d’anni per ritornare grandi. Assuefarli ad avere un po’ di pazienza per l’immediato. Quello sarebbe un investimento, il pubblico del PalaDozza è davvero un valore in più che pesa sulla bilancia». Poteva pensarci anche lei nel suo periodo bolognese. «Ripeto, ho peccato pesantemente di presunzione tecnica: e l’errore ha lasciato un bel segno. Anche Gilberto Sacrati ha preso i suoi granchi, ma è più giustificabile rispetto a me, che lavoro da una vita in questo settore. I passi falsi che ha fatto sono da considerare legittimi. Ma non c’è di che rallegrarsene, a meno che non si voglia il male della Fortitudo. E poi sbagliano tutti, mi pare. Anche Zoran Savic, che tecnicamente dà grandi garanzie, fino a questo punto ha incontrato grandi difficoltà». Quindi un temporaneo, ma non breve, ritorno alla condizione ruspante pre-Seragnoli rimane l’unica via? «Non ne vedo altre. Da questo labirinto non si esce. La Fortitudo deve sforzarsi di trovare un diverso modello e ricostruire società e settore tecnico dalla base, per dare il via ad una nuova era. Non può cercare, come ho fatto anche io, di tenere assieme i frammenti rimasti del precedente periodo d’oro. Più si provano a tenere in piedi quel complesso e quelle aspirazioni e più i cocci cadono da tutte le parti».

Categoria: Basket
 

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