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Sabato sarà una serata speciale per molti di quelli che possono dire di esserci stati nel 1983. La Carife entrerà in uno dei monumenti della pallacanestro italiana: il mitico PalaAzzarita, teatro di numerosissime battaglie sia della Virtus, quando ancora non era passata attraverso le forche caudine del fallimento, che della Fortitudo. Su questo parquet sono stati vinti decine di scudetti. C’è un personaggio, comune sia a Ferrara che a Bologna, che può esprimere le proprie idee in merito alla situazione attuale. Facendo il parallelo con il passato. Parliamo di Marco Calamai, indimenticato coach della promozione in serie A2 nel 1982, dopo una trionfale cavalcata dalla serie B; ma anche nocchiero per l’Aquila qualche tempo dopo. Abbiamo chiesto al “coach con baffi e sciarpa” di fare un confronto fra la sua Mangiaebevi e la Carife di quest’anno. Con la loquacità che lo contraddistingue, non si è sottratto alla analisi. Prima di tutti il toscano Marco parte dal confronto fra le due società. L’allora Pallacanestro Ferrara era una società appena nata, frutto di una fusione con la Polisportiva San Lazzaro. Quindi molto bolognese, salvo poi diventare ferrarese a poco a poco. Il Basket Club attuale è una società molto più solida, forte e molto più organizzata, con un presidente di personalità come Roberto Mascellani e con un “calibro da novanta” come Sandro Crovetti. Nulla a che vedere con la struttura che faceva capo al solo Ezio Serafini. Anche a livello di panchina, le differenze si colgono in modo macroscopico. Calamai era un esordiente a tutti gli effetti, mentre Giorgio Valli, più maturo come carta di identità, e sebbene sia come Marco Calamai anche lui una matricola come capo allenatore in A, ha una esperienza lunga come assistente di Ettore Messina; fatto che, forse, lo porta ad affrontare la panchina con maggiore consapevolezza. Per quanto riguarda le squadre, la Carife di quest’anno è decisamente più forte della sua Mangiaebevi, con qualche similitudine; entrambe sono frutto di scommesse, soprattutto per la giovane età di alcuni componenti e la scarsa esperienza per altri. Allora si scommise molto su una matricola, John Ebeling e su un giovane italiano che poi esplose nel tempo come Daniele Albertazzi. Altra scommessa era sul ruolo di play maker, in cui sia Marco Sanguettoli che Roberto Maccaferri uscirono vincitori, facendo la loro figura dignitosa. In generale la forza era nel gruppo, con Albertazzi leader indiscusso, Maccaferri capitano silenzioso, Benelli preziosa spalla dei lunghi e “Bimbo” Monari eccellente guastatore. A chiudere i giovani Fanzini ed il ferrarese Bonora a completamento di un organico che doveva salvarsi. Unico neo Charles Jordan, americano che non ha certo lasciato un bei ricordo. Oggi, volendo fare paragoni, il telaio della squadra è quello dello scorso anno. L’unico aspetto è che tutto dipende troppo dagli americani, ma questo vale per tutte le squadre di serie A. In campo vanno giocatori che la massima serie l’hanno già assaggiata come Zanelli, Jamison, Nnamaka e Farabello. La squadra è stata costruita per un campionato a 18 squadre e sono venute a mancare compagini direttamente interessate alla zona salvezza. Questo ha creato maggiori rischi, ha ristretto la forbice e ora ci troviamo con squadre, fra cui anche la Carife, in grado di giocare per la metà della classifica ma anche rischiare nel fango del fondo. Udine ne è un esempio: squadra esperta che si trova in coda al gruppo, malgrado se la sia giocata con tutte. Possiamo parlare di un campionato isterico, in cui una squadra alterna grosse prestazioni e partite mediocri. La scommessa di molti è stata fatta su giocatori, Riley su tutti, con nessuna esperienza fuori dal college, per cui occorre pazienza. Servono tranquillità e serenità.

Categoria: Calcio
 

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