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Si può, al tempo stesso, essere il metronomo di una squadra ed avere lo sguardo visionario del genio? Si può interpretare il basket come esercizio razionale, senza rinunciare alla caliente anima argentina? Daniel Farabello ci assicura che si può, eccome. Anzi, in alcuni casi si deve. In un derby, per esempio: un concentrato di razionalità, istinto, cuore, tutti frullati insieme per raggiungere l’obiettivo. Sarà allora il capitano della Carife a raccontarci la normale preparazione a questa partita speciale.
«Innegabile, ha un sapore particolare – questa la definizione “farabelliana” dell’evento – vissuta con un trasporto diverso. Ma conta più per i tifosi, per la gente, per la città, che per noi giocatori. Capisco che tutto venga amplificato: se vinci ti porti dentro una carica incredibile, se perdi la ferita fa un po’ più male. Ma in fondo vale due punti, come tutte le altre partite».
Parola di uno che di derby decisamente se ne intende. Ne ha visti parecchi. Il primo da tifoso, e da tifoso di calcio, l’altra grande passione di Daniel (vederlo palleggiare funambolico a centrocampo, nell’attesa di iniziare l’allenamento, è un piacere): «Estudiantes de La Plata, la mia squadra del cuore, dove adesso gioca anche Veron, contro Gimnasia. Tengo ancora sul pc le immagini dell’ultima storica vittoria: 7 a 0 due anni fa, quando abbiamo vinto l’ultimo scudetto».
Veniamo al basket e a Farabello in campo. La prima scottatura da derby?
«Il primo vero momento doloroso è stata la sconfitta nella finale scudetto col Boca Junior, contro l’Atenas Cordoba. L’Atenas è la squadra più ricca e prestigiosa d’Argentina; insomma la squadra da battere. Contro di lei si gioca una specie di derby nazionale, come da voi Juve-Inter nel calcio».
Qualche stracittadina vera?
«Il derby di Mar del Plata tra Quilmes, la mia squadra, e il Peňarol. Quella era una vera battaglia, con i tifosi che si “scannavano” prima e dopo. Ma intendo dire una settimana prima, e una dopo. Venendo all’Italia, ho sempre sentito una forte rivalità tra Varese e Cantù; si respirava il clima giusto».
Veniamo all’oggi. Si dice che nei derby di solito sia favorita la squadra meno forte: Carife favorita?
«Non esiste una vera favorita. La Fortitudo sta un po’ meglio di noi, ha vinto una bella partita contro la Benetton nell’ultimo turno; ma entrambe le squadre stanno attraversando un momento di stagione delicato. La verità? E’ favorita chi riuscirà a giocare meglio; banale, ma è così».
Come sta la Carife fisicamente? E come stai tu?
«Sia io che la squadra stiamo un po’ così, con qualche acciacco di troppo. Nulla di grave, per carità; ma il fatto è che non sono più un ragazzino, mi devo gestire».
E psicologicamente?
«Bene. Veniamo da una brutta sconfitta, che davvero nessuno si attendeva, neanche noi giocatori. Però questa sqaudra, finora, ha sempre dimostrato di saper reagire nei momenti difficili. Non c’è motivo per cui non debba succedere anche ora».
C’è però di fronte la forza della Gmac. Che negli ultimi giorni ha pure allungato la squadra con giocatori di grande qualità…
«Sono tanti, hanno tante soluzioni diverse, e soprattutto, visto che hanno inserito da poco uomini da quintetto, sono anche difficilmente scoutizzabili. Contro questa Fortitudo l’unica speranza è che torniamo a giocare la nostra pallacanestro, fatta di difesa. Dobbiamo essere duri e far risaltare la loro poca abitudine a giocare assieme; ma se li lasciamo respirare, col talento che ha a disposizione Bologna, è persa in partenza. Sapete cosa spero?».
Cosa?
«Spero un giorno, davanti ad una domanda di un giornalista, di poter inserire anche la partita di sabato con la Fortitudo tra i miei derby da ricordare».

Categoria: Basket
 

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