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Domenica 14 dicembre Ferrara incontra Udine; domenica 14 dicembre Sacchetti incontra Sacchetti. Nel cuore di una sfida salvezza, le emozioni di un ritrovo di famiglia. Per Brian la famiglia è un valore primario, tanto da scriversela, con timbro indelebile, sul corpo: un tatuaggio con i quattro punti cardinali, rispettivamente con le iniziali di mamma, papà, e dei due fratelli. E basta evocare l’aria di casa che l’ala bianconera apre il monumentale file dei ricordi, cestistici e non. Ora poi che anche lui è diventato padre, spera di educare la piccola Rebecca saccheggiando i trucchi del mestiere appresi dai genitori: «Ma quella che ha sempre dato i consigli è soprattutto mamma. Papà, più che altro, si faceva intendere con gli sguardi minacciosi».
A casa Sacchetti si è sempre vissuto a pane e basket; giocatrice a Torino la madre, bandiera di Varese e della nazionale italiana “Meo”: «Ma non mi ha mai forzato; anzi, ho cominciato per caso, in montagna d’estate. Mio padre teneva un camp coi bambini, io ero salito con le scarpe bullonate e la maglia del Milan, volevo semplicemente giocare a calcio. Poi qualche amico mi ha consigliato di provare, ed eccomi qui».
Nessun input all’inizio, poi però… «Nessuna pressione nemmeno dopo, però era quasi inevitabile: a casa si respirava sempre basket. Ricordo le tante cene che papà organizzava con i compagni di Varese. L’unico ragazzino, tra tanti adulti, era Andrea Meneghin, che dopo un po’ si alzava da tavola e veniva nella mia stanza per giocare un po’ al computer».
Inevitabilmente, come dice Brian, i due Sacchetti cominciano a vivere una specie di carriera parallela. Meo allena il figlio a Castelletto Ticino, con una promozione in mezzo; poi se lo trova di fronte: quando allena Fabriano, e quando allena Castelletto e Brian è già in maglia Carife. «Ci sono lati positivi e negativi nel farsi allenare dal padre: avevo un rapporto molto aperto, e potevo esprimermi con grande tranquillità; però papà ha ammesso che mi faceva giocare meno di quanto meritassi per paura dei commenti. Mi piacerebbe, un giorno, tornare in squadra insieme, ma magari è lui che non mi prende più».
E giocare contro? «Sensazione intensa, partita diversa dalle altre. Inutile nasconderlo, mi scatta qualcosa di particolare: ho una gran voglia di dimostrargli che quanto mi ha insegnato, direttamente o indirettamente, è stato messo a frutto. Domenica poi…». Cosa? «Sinceramente, saranno dieci anni che aspetto questo momento: io e papà nello stesso palazzetto, a giocare una partita di serie A. Quando ero piccolo la massima serie la vedevo solo in tv, ovviamente per tifare per papà».
Domenica invece si tifa Carife: «Siamo fiduciosi; la scorsa settimana contro Roma abbiamo giocato una partita di alto livello; tutti hanno sottolineato la crisi di Roma, io dico che si è vinto soprattutto grazie ai nostri meriti, perché abbiamo messo in campo una pallacanestro completa. Pensate a Collins: ma quando mai il tuo primo terminale offensivo si mette a disposizione della squadra rinunciando a tirare?! Significa che il nostro è un gruppo vero. Poi il recupero di Allegretti e l’innesto di Apodaca ci faranno fare un altro piccolo salto di qualità».
Ma cosa manca ancora a questa Carife? «La continuità, appunto. Finora non siamo mai riusciti a infilare due prestazioni consecutive. Udine è l’occasione per iniziare una piccola striscia, e acquisire così ancora più fiducia e tranquillità».
Snaidero permettendo. «Una squadra a cui piace correre – non è difficile per Brian scoutizzare l’avversario –, a trazione anteriore. Giocheranno un basket molto offensivo, puntando sul talento e sul controllo dei rimbalzi per trovare punti facili in contropiede. Dovesse giocare Forte non avrà il ritmo partita, ma mi fa comunque paura la sua facilità nel fare canestro. Spero invece che non ce la faccia Romero: il suo atletismo può metterci in difficoltà, anche se poi noi abbiamo sempre Nnamaka. Altra minaccia? Sicuramente Antonutti; è un amico, siamo stati compagni di stanza in nazionale durante le competizioni europee giovanili. Grande dinamismo, tiratore micidiale, adesso poi ha pure preso fiducia».
Il resto, forse, Meo e Brian se lo diranno al telefono. «Ci sentiamo spesso, ma questa settimana ancora niente. Ma, se anche dovesse chiamare, già immagino il tenore della telefonata: ‘Tutto bene a casa? Ci vediamo domenica. Cerca di non essere al meglio’. Papà è uno di poche parole».

Categoria: Basket
 

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