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«Sono esaltato d’essere arrivato alla Virtus, un club di prestigio, per me è una nuova sfida. Ogni anno ho salito un gradino, da Soresina a Biella, passando per le summer leagues e l’esperienza a San Antonio. Questo è un top team e mi sento pronto». Poche parole, facce e musi memorabili d’un americano a Bologna. Keith Langford, polo Virtus e Nike ai piedi, si svela all’accaldata città, davanti a uno sparuto gruppetto di tifosi, i pochi e resistere tutta la settimana per concludere la carrellata di volti nuovi.
Quasi per caso, Langford è arrivato sotto le due Torri. C’era Will Bynum col suo contrattone milionario e tutt’altro che intenzionato ad onorarlo, sicuro com’era che avrebbe fatto la squadra nella Nba. Ma là a Vegas, Renato Pasquali aveva svolto un asfissiante pressing pure su Keith, reduce da un grosso rifiuto a un club russo che metteva sul piatto 700 mila dollari. Poi qualcosa è cambiato. E Langford è diventato bianconero: «Alla Summer League ho scambiato un po’ di chiacchiere con Pasquali, il coach mi aveva spiegato che ero un giocatore per lui interessante in caso d’addio di Bynum. E dopo l’affare s’è concretizzato ». Un affare vero, per lui, attorno ai 470 mila dollari più una bella sfilza di bonus. A Austin in Texas, casa sua, s’è pure comprato una villetta prima di volare in Italia, compiendo l’ormai usurato tragitto di molti americani.
«Ho scelto d’iniziare subito la stagione in Europa, gli altri anni non l’avevo fatto. A Soresina c’arrivai dopo il camp, a Biella addirittura a metà campionato, dopo essere rimasto alcuni mesi agli Spurs (con Manu Ginobili, ndr). L’esperienza a San Antonio è stata ottima, ma loro pensavano ai veterani e per me c’era poco spazio. Meglio venire subito in Italia». Non sarà l’uomo di punta, Langford, in una posizione dove prima c’era il Gran Colpo mentre adesso il peso dell’ingaggio milionario è stato spostato sul play. E l’ex Biella, un po’ fingendo e un po’ no, pensa da gregario, ma c’è chi lo ama già per quei 20 punti con 3/3 da tre infilati alla Fortitudo. «Non so se sarò in quintetto, ma non è un problema, do sempre il 100%. Spero magari di raddoppiare quella notte contro la Effe. Sono eccitato dall’idea di giocare con Boykins, direi però che è tutta la squadra a essere competitiva. C’è gente seria, forte. Poi essere al fianco di una stella Nba è un onore».
Mancino, tiratore da 28% da tre con Biella — «ma non sono così scarso come sembra» dice — ma bravissimo penetratore — «attaccare il ferro è quello che faccio meglio» — nei piani sarà utilizzato anche di supporto al play. E l’impressione è che nell’equilibrio della struttura con Boykins e Jamie Arnold sia più facile vederlo di rincalzo, come giocatore di rottura. «Sono a disposizione. Un po’ da play posso giocarci, sebbene farlo a sprazzi non sia il massimo. Il resto? Difendo su tre ruoli, amo andare a rimbalzo. Il mio coach al college, Williams, mi diceva che conta solo l’aggressività. Ed è vero». Quella, dietro il solare faccione da rapper, non gli manca.

Categoria: Basket
 

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