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Ritorno a casa senza sapere cosa succederà domani. Il passato e l’avvio della carriera di Dragan Sakota sono nati qui, nella terra del basket che produce in secula seculorum santoni e fenomeni del parquet, ma lui da 17 anni ha scelto di vivere ad Atene, mentre il suo presente si chiama per ora Bologna Fortitudo. Il suo futuro chissà, domani sera ne sapremo di più. Il coach a Belgrado tirò su dal nulla la sua prima squadra allenata, portandola dalle serie minori alla serie A, durante il viaggio in charter non ha letto i giornali e anche durante l’intervista appare concentrato sul suo lavoro e non sul suo destino segnato a detta di tutti. «Tornare a casa è sempre un’emozione, mi fa rivivere ricordi che hanno accompagnato la mia vita, rivedere posti e persone, ma è un mio sentimento, quello che conta è uscire in fretta dal tunnel in cui ci siamo infilati in quel maledetto secondo tempo di domenica dove siamo scomparsi letteralmente dimenticando tutto quello che avevamo fatto nei primi 20′ giocati alla pari con una squadra cui Boniciolli ha dato fiducia e accorgimenti giusti per sfruttare un grande potenziale». Quello che servirebbe alla sua Effe e quando gli chiedi come vive questo momento di grandi difficoltà di squadra ed anche ambientali lui reagisce con determinazione convinta. «Io non mi arrendo, abbiamo avuto tanti problemi fisici e di cambiamenti, ma non cerco scuse, sono pagato per superare anche questo. In questi casi le uniche medicine sono il tempo e il lavoro insieme, e noi dobbiamo pensare solo a questo». Paragoni con un anno fa non ne vuole fare, ma di una cosa è sicuro, che ci sarà il lieto fine, e lo dice con forza. «Non so se sia più difficile questa o la situazione che trovai un anno fa al mio arrivo, certo oggi le cause sono diverse e in parte accidentali, quel che so è che ne usciremo bene. Questa squadra è più forte di un anno fa e farà meglio». Intanto domani si giocherà di nuovo, contro questo Zeleznik assai temibile nel suo fortino (non si giocherà ne’ nel mitico Pioneer ne’ nella nuova immensa arena dei Mondiali ’08, ma in un palazzetto da 2mila posti dove il clima è infernale). «Giocare subito dopo una batosta in un derby non è facile, specie se hai quasi l’obbligo di vincere: per superare il turno, il 2-0 coi serbi può essere decisivo, rimontare dopo tre ko sarebbe improbo. Ma è anche l’occasione per dimenticare subito quei 20′ orribili e ripartire, anche se obiettivamente il tempo per preparare questa gara è pochissimo». Tipi da non fidarsi questi monelli indiavolati della terza squadra di Belgrado, dopo Partizan e Stella Rossa. «Li conosco bene, da tempo sono una delle più forti scuole di basket di Jugoslavia e questo gli ha permesso negli ultimi 10 anni di emergere ad alto livello. La loro filosofia è la mia, anche io cominciai con un gruppo di ragazzini. Si tratta di giovani che presto andranno in big team europei, che qui giocano unicamente per passione e per la gloria, non esiste un sistema professionistico, soldi non ce ne sono, si va in campo davvero per amore del basket e del club. Purtroppo i soldi sono la rovina di tutto, quello che vedi fare a un ragazzino di 16 anni non glielo vedrai mai più fare appena comincerà a guadagnare bene. Il loro gioiello è Labovic, un quattro di 21 anni dallamano calda come tanti lunghi moderni della scuola slava, uno che è stato il migliore in tutte le competizioni giovanili per nazionali, sia europee che mondiali. Hanno un roster di 15-16 giocatori che ruotano moltissimo, sono imprevedibili, non sai mai chi gioca. Hanno forte rispetto per i grandi club, ma queste sono le partite che esaltano le loro motivazioni, sono specialisti a sbranare avversari di rango». La lingua batte dove il dente duole: se la sua Fortitudo dall’enorme talento avesse solo una piccola parte dello spirito di questi ragazzini, avrebbe risolto quasi tutti i suoi guai.

Categoria: Calcio
 

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