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DOMENICA sera, accettando un invito televisivo che poteva pure essere scomodo, all’indomani del crack ferrarese, Cesare Pancotto ha ricevuto conforto dalle e-mail di appassionati che, fra tante, gli sono state sottoposte. Almeno per chi ha scritto, il consenso per il suo lavoro è apparso bulgaro, pure all’indomani della partita giocata con poca dignità dalla squadra che allena. Ed anche se qualche numero elencato dal tecnico racconta di più rimbalzi, meno palle perse, diciamo più qualità nell’esecuzione, frutto di una squadra che, ribadisce lui, s’allena bene, fuori da tutto questo la Fortitudo è penultima in classifica. Con un saldo negativo contro Rieti e Ferrara ed un calendario che, nella migliore delle ipotesi, vale quello delle rivali. Ad ascoltare la “vox populi” i bersagli sono soprattutto i giocatori. E in seconda battuta la società, le scelte di Savic non andate a segno, i conti che si fatica a far quadrare, e Sacrati che spacca il fronte sui pro e sui contro. Ma in Pancotto, pur bocciato dalla classifica in questi tre mesi di regno, la gente continua ad aver fiducia, forse capendo che tener su quella baracca biancoblù non è proprio un compitino liscio. La carriera depone a favore: lunga e decorosa, facendo spesso meglio del previsto, con squadre prevalentemente di medio cabotaggio, ma non per questo meno ambiziose. Di certo battagliere quanto logiche, sul campo. Perché allora Pancotto, qui, non funziona, maneggiando un materiale mai avuto in vita sua, fra medagliati azzurri (Lamma, Fucka, Cittadini), ex campioni d’Europa coi club (Papadopoulos), giocatori da Nazionale (Huertas e Slokar)? Perché la Fortitudo inghiotte tutte le virtù, denudando solo i difetti? Troppo esperto per una fuga in avanti, le parole di Pancotto sabato sera erano state quelle di chi cerca la scossa, assumendosi la responsabilità di dirle, nel suo ruolo, e al tempo stesso chiedendo alla società (che non parla) di supportarle. «Ho 13 giocatori – fa la chiosa autentica ora, a bocce raffreddate -: tanti, cosicché ogni fine settimana farò le mie scelte. Non tagli, ma una selezione, per responsabilizzare chi andrà in campo al posto di un compagno. Ho dato il quintetto a tutti, offerto possibilità. Ora decido io». Se questa squadra non va, ed è lampante, le responsabilità possono essere di due tipi: o dell’allenatore o della società. Com’è possibile che una partita come quella di Ferrara non sia stata compresa nei suoi significati, al punto da dover multare alla vigilia Gordon e Strawberry, protagonisti d’un raid milanese in discoteca, e tanto poco svegli da non essere in grado di sostenere l’allenamento del giorno successivo? Il derby, nella sua natura, ha pure la capacità di poter annullare una classifica mai così cruda, ed è una storia piena di imprese fatte di cuore, sudore e orgoglio, tali da rovesciare il pronostico. Questa brutta Fortitudo minaccia però d’esser capace di azzerare pure l’ideologia che ha sempre sostenuto la sua gente. Ben venga il derby, allora, e vada al cuore il messaggio già spedito da Pancotto. Ma nulla sarà più chiaro d’una sola cosa: quel che la Fortitudo saprà dare, domenica, sul campo.

Categoria: Calcio
 

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