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Sarà la Corte d’Appello a cercare di derimere la questione del sequestro della Faac, la multinazionale dei cancelli di Zola Predona da più di un anno al centro di una battaglia giudiziaria fra i familiari dell’ex patron dell’azienda Michelangelo Manini, scomparso il 17 marzo del 2012, e l’Arcidiocesi di Bologna, nominata erede universale attraverso quattro testamenti olografi.

La Curia si è rivolta alla Corte d’Appello per impugnare il decreto, firmato dal giudice Maria Fiammetta Squarzoni l’8 ottobre, con cui l’intero patrimonio dell’impresa, compresi i conti correnti, venivano affidati ad un custode giudiziale avente pieni poteri anche sulle quote societarie, per “congelare” il ruolo di azionista di maggioranza di Via Altabella.

Un incarico che avrebbe dovuto essere affidato entro trenta giorni dal pronunciamento di quella sentenza. Diversi ricorsi, però, hanno contribuito ad interrompere e a dilatare quell’arco di tempo, e la nomina è arrivata solamente il 9 gennaio del 2013.
E proprio su questa tempistica si sono basati gli avvocati dell’Arcidiocesi per bollare come nullo il sequestro dell’azienda, nella convinzione che i termini per effettuarlo fossero ampiamente scaduti.

A onore di cronaca, bisogna ammettere che in questi primi sei mesi di mandato, la Curia non ha rischiato molto –per non dire nulla– dalla nomina del custode giudiziale. La sua attività, infatti, si è limitata alla non rimozione dell’attuale Consiglio di Amministrazione e all’approvazione del bilancio annuale dell’impresa.

Ad intorbidire la battaglia giudiziaria, però, sarebbero arrivate anche pressioni da parte di tre avvocati-mediatori per bloccare l’attività della Faac, facendo così precipitare il valore delle quote di mercato e creando un danno economico significativo per l’azienda.
E su questo la Procura ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato di tentata estorsione.

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Categoria: Cronaca
 

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