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SFIORANDO da soli la maggioranza assoluta degli scudetti Virtus, 7 di 15, la metà meno uno, i tre tenori s´aggirano incantati tra maxischermi e gigantografie, un po´ piegati dagli anni in più, ma certo ringiovaniti da quelle effigi che in eterno rimandano feste, gioie e trofei di chi, all´epoca, li pilotò dalla panchina. C´Ã¨ Dan Peterson che vinse il titolo del ‘76, e «la Virtus lo farà solo se crollerà il tetto di Masnago», vaticinò al mattino la tremendissima stampa lombarda, e invece a sera, a Varese, non servì nessuna Protezione civile. C´è Ettore Messina, che ha meno ricci e un braccio ingessato, rispetto a quando fece suoi i titoli del ‘93, del ‘98 e del 2001. E c´è Alberto Bucci che, solcando una sezione della galleria tutta per sé, riapre il guardaroba delle sue folli giacche colorate: «La stella», si chiama, e fu uno scudetto tra i più attesi e sofferti (´84, poi vinse pure quelli del ‘94 e del ´95).
Sarebbe giornata di allenatori, alla ‘vernice´ del Museo Virtus, ma a Sasha Danilovic che fa sapere che verrebbe volentieri non si può non spedire l´invito, cosicchè ora può schivare il gruppo in visita guidata e girare da solo: non si è Zar per niente e non si ha per niente la foto più enorme del museo (il tiro da 4, va da sé). C´è Ricky Morandotti che si issa in spalla il piccolo Elia, ci ha messo quasi tutte le foto in mostra e avrà un suo shop per vendere ricordi. Ci sono tanti vecchi virtussini. E ci sono, in divisa, i nuovi, pure un po´ spiegazzati dalla ripassata della sera prima con Siena. C´è infine Claudio Sabatini, che fa molto il cicerone e poco il gigione, perché questo museo è molto roba sua ed essendo molto bella lo premia nelle lodi di chi è venuto a vederlo. L´ha pensato e voluto, all´ex PalaMalaguti che si chiamerà Futurshow Station, «come un percorso obbligato per chi entrerà nella nostra arena e capirà subito in che casa si trova». La casa d´una società che compirà 80 anni nel 2009, che «è qui grazie a tutti quelli che ci hanno vissuto e soprattutto grazie a Gigi Porelli», che questa nuova casa, monca fino all´anno venturo, già però la intravede: splendida, avveniristica, confortevole. L´ovvia battuta circolante è che, a fare il suo mestiere, Sabatini è un drago: l´allestitore di stand, mica il presidente di basket.
La casa è tutta bianca e nera: perfino il campo di gioco, perché nere sono le aree e quasi candido il parquet sbiancato e solo decorato con tante Vu e tante stelle in una sovrimpressione in stile jacquard. Sei maxischermi campeggiano a parete, la novità sarà quello che terrà per mano il pubblico fino alla partita esplorando, da un´ora prima, il backstage: spogliatoi, tunnel e dintorni. Spariranno invece i trofei pendenti dal soffitto. «Sarà tutto su video», dice Sabatini, che deve averci pure, nell´impianto, flessibilità estrema: non ospiterà solo sport, è noto, ma concerti, convention, spettacoli.
«Grazie a chi m´ha sopportato», dice a chi ha ammucchiato notti bianche, per tagliare questo nastro. Poi fa le sue battute. «Quando comprai il Malaguti mi dissero che nel sottotetto doveva esserci rimasto un angelo, ma non l´ho trovato», e bisognerebbe ricordare la storia di quando, casa di entrambe le squadre, un tifoso fortitudino issato lassù in veste da cherubino avrebbe dovuto calarsi nel vuoto recando lo scudetto ai suoi eroi: quello mai vinto, nel terribile anno ‘98. Meglio seguirlo sulle mappe, il patron. Il museo è al secondo piano, dove ora è l´ingresso per il parterre (lato opposto al parcheggio grande): ci si soffermerà andando al campo. Ieri, s´è detto, era giorno d´allenatori. In carne ed ossa e in immagine, fissa o mobile, nella galleria. Si notava qualche dimenticanza, ma s´è pure detto che il lavoro è in progress: manca Bob Hill, Pillastrini c´è solo in una foto su touchscreen. E spicca un´inquietante presenza: Scariolo, accanto a Pasquali, dà corpo alla dilagante chiacchiera cittadina su futuri ribaltoni e a qualche celato imbarazzo. Ma non è un falso storico, se don Sergio fu, per pochi giorni della calda estate 2003, coach virtuale della Virtus passata da Madrigali a Sabatini. Ecco, mettiamola così.

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