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C’è una specie d’aura mistica, ad accompagnare Earl Boykins nella sua prima sgambata dell’anno con la canotta bianconera. Attorno a lui, che s’aggira un po’ spaesato fra i gradoni della palestra di San Vito di Cadore, si raccoglie una piccola folla, bambini, anziani ladini, villeggianti bolognesi, autorità. Persino il sindaco è venuto a seguire l’allenamento, non si mancherà di fargli notare che quei tabelloni di legno non sono esattamente lo scenario ideale da presentare all’asso venuto dalla Nba, ma in fondo importa poco. Suggestionato dalle montagne — un po’ diverse da quelle che ha visto a Denver — nascosto dalla magliettona bianca e schermato dalla musica nelle orecchie, Boykins concede i primi sorrisi del suo «buen retiro».
C’è una curiosità smodata di vederlo all’opera, la stessa che contagia l’uditorio e la squadra. E l’ometto si cala nella parte in punta di piedi, l’aveva già detto che non era venuto per far pesare la sua fama. La sola sua presenza, però, induce tutti al rispetto e quindi a sgobbare di più. Provare a difendere il suo uno contro uno, capire al volo la sua mossa – pena prendere una pallonata in fronte – sono gli sport preferiti d’una squadra che in realtà di nuovi stimoli non ne aveva bisogno. Veterani di mille battaglie, vincitori di campagne esotiche, protagonisti dell’Eurolega: i pezzi da novanta chiamati a vincere stavolta sono tanti, i curiosi accorsi alla palestra si chiedono se basterà per dimenticare l’amarezza della passata stagione.
Per ora, basta Boykins per divertirli. Anche il sindaco applaude, travolto dall’entusiasmo per avere nel suo paesello la stella, poco importa se ha imparato da cinque minuti chi sia. La faccetta da Arnold – non Jamie, il compagno di squadra, ma il fratello di Willis, quello della sit-com televisiva – è già in campo a zompettare, tirare, inventarsi giravolte. Una trottola, il loggione gradisce, anche gli ultimi ritardatari sono entrati. Se a San Vito fosse arrivato il circo, non avrebbe ricevuto quest’accoglienza.
Poi però bisogna parlare anche di pallacanestro e allora va detto che Langford e Ford hanno recuperato dal male alle caviglie e sono sembrati pimpanti, soprattutto il primo, che ha giocato la partitella come fosse una finale. Il lavoro paga e lui, che dal quintetto «titolare» già provato da Pasquali è forse l’unico che possa uscire, vuole tenersi stretto il posto. Fa mirabilie quando attacca, Keith, tiene a tratti il palleggio di Boykins. Bene. Lo show, comunque, lo ruba a tutti Arnold – Jamie, stavolta, non il piccoletto – che ha già scaldato il cuore della presidenza: scafato, robusto, preciso, già pallino di molti coach titolati in Europa. Aveva ragione chi andava dicendo che forse lui, il meno chiacchierato dei quattro nuovi mori, è il colpo più grosso del mercato. Ma s’è solo all’inizio, si corricchia, adesso, si prova la geometria che dovrà far quadrare il cerchio virtussino. Il gruppo però sembra divertirsi, sembra star bene insieme, con quel mix di leoni affamati e antichi re del campo. La gente è accorsa in cima ai monti per applaudire il più piccolo, poi quando sarà tutto più spigoloso la Virtus dovrà essere già squadra. Quella che l’anno scorso non è mai stata.

Categoria: Calcio
 

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