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Marco, cosa rappresenta per te la Juventus?
“Quelli alla Juve sono stati due anni molto intensi per me: non facili ma con grandi soddisfazioni, anche perché là tutte le emozioni sono moltiplicate. Sono due anni che ricordo molto volentieri: mi hanno dato la possibilità di giocare ad alti livelli e per vincere, cosa che non capita sempre. Oltre a vincere tutto nel calcio italiano, ho avuto la possibilità di giocare una finale di Coppa Campioni: è stato un periodo molto importante anche a livello di competizioni, scendere in campo a Barcellona e a Madrid è qualcosa che ti resta dentro per sempre”.

Con Lippi che rapporto hai avuto a Torino?
“Il primo anno è andato tutto bene, mentre nel successivo, pur avendo fatto buone cose, nella seconda parte sono stato utilizzato di meno e c’è stato qualche piccolo contrasto col mister: cose normali, semplici chiacchierate, sempre nel rispetto delle persone e dei ruoli”.

Non ti viene il sospetto che, senza quelle chiacchierate, oggi saresti già tornato in Nazionale?
“Al mister non ho mai marcato di rispetto, né ho fatto esternazioni pesanti personalmente o a livello mediatico. Ripeto: sono solo state chiacchierate in cui ognuno ha detto quello che pensava della situazione che si era venuta a creare. Io ho continuato a fare calciatore alla Juve e ho giocato altre partite: non mi è stato precluso niente. Poi, quando ero a Valencia e Lippi era appena arrivato in Nazionale, mi ha chiamato in azzurro: non c’è stato nessun veto. Successivamente, sono state le mie prestazioni a non farmi proseguire il cammino con la Nazionale e, nel frattempo, il mister ha creato un gruppo importante. Queste, a suo tempo. sono state le difficoltà: me le sono create da solo, non facendo buone prestazioni e non dando la continuità che lui si aspettava da me”.

Hai mai pensato a come sarebbero andate le cose per te se non fossi andato via dalla Juventus?
“No, non ci ho mai pensato. Si era verificata un’opportunità importante per me, quella di andare a Valencia. e alla Juve in quel periodo stavo giocando poco (Del Piero a 36 anni sta giocando in Champions League ad alti livelli: figurarsi in quegli anni): la situazione a Torino non mi andava più bene e ho colto al volo la possibilità di andare a Valencia”.

E con che spirito eri arrivato alla Juventus, invece?
“Venivo da due ottimi campionati a Parma, a livello di gol e di prestazioni: il passaggio alla Juve era il salto di qualità arrivato nel momento giusto. Nei due anni a Torino sono cresciuto tantissimo: ho conosciuto un modo di lavorare diverso, a livello di approccio mentale in allenamento e in partita, e dopo un impatto duro ho preso coscienza di poter stare in quel gruppo e di assimilare quei metodi di lavoro, quindi sono stato bene, sempre meglio col passare del tempo”.

Sabato per te sarà una rivincita, a Torino contro la Juve?
“Non ho bisogno di prendermi rivincite nei confronti di una squadra che mi ha dato tanto, come opportunità di lavoro. A Torino ho colto quello che potevo cogliere in quel momento e sono cresciuto: poteva andare meglio, potevo fare di più, ma sono contento di come sono andate le cose, di come mi sono comportato e dei rapporti che ho avuto con le persone”.

Ti preoccupa incontrare la Juventus proprio dopo la loro eliminazione in Champions League?
“Sì, questo mi preoccupa. Ho sentito Del Piero dopo il 2-2 con il Chelsea: per prima cosa, ha parlato della partita contro di noi, che nelle loro intenzioni sarà quella del rilancio nel tentativo di rimontare l’Inter in campionato. Tuttele loro energie mentali saranno dirottate su questa partita e per noi sarà ancora più complicato. Già di per sé una squadra come la Juventus prepara tutte le gare, anche quando incontra l’ultima in classifica, con grandissima attenzione per ogni dettaglio, quindi per affrontarla e portare a casa un risultato positivo devi dare molto più del tuo massimo, a maggior ragione in un momento come questo. Sono partite che si praparano da sole: la voglia, l’attenzione, gli stimoli sono automatici, e ogni giocatore vive con grande carica la sfida personale contro questi campioni”.

Come mai le squadre italiane in Europa fanno tanta fatica?
“Il Milan due anni fa era in finale di Champions e un anno e mezzo fa diventava Campione del Mondo, mentre per esempio le squadre spagnole de un po’ di tempo non stanno vincendo nulla. Sono cose che possono succedere: tre nazioni hanno grandi squadre che fanno grandi investimenti e si alternano al vertice del calcio europeo. Non vedo una netta supremazia delle inglesi, a livello di gioco: in questi ottavi, c’è stata una partita per loro e una per noi, tra andata e ritorno, e gli episodi hanno aiutato loro. Non c’è una grandissima differenza da colmare e le cose possono cambiare in fretta”.

Che Bologna vorresti rivedere a Torino?
“Mi è piaciuto molto, come personalità, il Bologna visto a Napoli per tutto l’arco gara: abbiamo iniziato subito bene e meritavamo di vincere la partita”.

Cosa ti fa credere che si possa tornare da Torino con un risultato positivo?
“Loro, dopo l’eliminazione in Champions, saranno arrabbiati ma anche nervosi: se riusciamo ad incanalare la partita in una certa maniera, a non subire gol presto, a portare la gara sui nostri binari, sfruttando le ripartenze e le possibilità di renderci pericolosi, senza pensare solo a difenderci, si può prendere fiducia e ci si può riuscire”.

A Torino ritroverai anche Ranieri.
“Fu determinante nella scelta di andare via dalla Juventus: mi aveva cercato lui a Valencia e il fatto di avere un allenatore che ti vuole e ti dà fiducia in una squadra importante come il Valencia ha fatto la differenza. Poi il mister fu mandato via quando eravamo quarti in classifica e da quel momento noi italiani siamo stati impiegati meno, ma alla fine saremmo andati in Intertoto, quindi fu una scelta che peggiorò le cose per il Valencia”.

Il fatto che qualcuno a Bologna abbia iniziato a fare confronti fra te e Signori, immaginandoti nuova bandiera rossoblù, ti inorgoglisce?
“Molto, ma non mi sento una bandiera della squadra: Signori e altri grandi giocatori hanno abbinato buone prestazioni personali a risultati di squadra e qui io non ho ancora fatto niente. Spero di continuare a fare gol per aiutare la squadra a salvarsi la Serie A è un bene troppo importante e per me continuare a farla qui a Bologna, nell’anno del centenario, è il massimo”.

Parli come uno che sa già di giocare con questa maglia l’anno prossimo.
“Io di dubbi non ne ho e lo stesso vale per la società: siamo perfettamente d’accordo. Bologna è una città che mi piace e mi rispecchia, con il suo equilibrio quando le cose vanno bene e meno bene: ne ero già sicuro prima di metterci piede, poi ho tastato con mano questa realtà e ne ho avuto la conferma, Bologna è il posto ideale per me per fare calcio”.

Categoria: Calcio
 

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