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Sventolano alte, le sciarpe dell’Onda d’Urto, incredula e estasiata da una metamorfosi sperata ma talmente imprevedibile che vale più di mille gioie messe assieme. Il Flaminio diventa l’ultima dea dell’Aget e l’incubo ricorrente di casa Crabs, ancora una volta battuti quando Rimini risponde e ci sarebbe bisogno di un ola finale.
E invece ride Imola, e ridono i 100 supporters che per 40’ tengono alta la bandiera e si sentono tantissimo, nonostante le 2000 anime riminesi facciano di tutto per “zittire” le voci dei cugini. Il derby è fantastico anche per questi motivi qua, del resto.
Gli impagabili tifosi Coopsette, anche “Quelli del 1990”, come recita uno striscione vicinissimo ad un altro con un cuore biancorosso e un 4 – il numero di German Scarone – nel mezzo, rendono il vecchio Flaminio una bomboniera che ti riporta agli anni belli, quelli di un basket lontano anni luce ma per una sera ritrovato.
E’ un’altalena di emozioni parallela, quella che si gioca sul parquet e sugli spalti: del resto l’equilibrio della sfida è totale, continuo, senza sosta: gli sfottò ci sono, ma limitati ai classici accostamenti non propriamente da salotto che ci stanno tutta la vita. L’Onda d’Urto se la prende con Scarone, ma del resto chi ti odia ha paura di te, e si sa già pure questo.
Raccolti e indemoniati, gli imolesi vanno avanti sempre e comunque, anche quando i Granchi sembrano svegliarsi e Pinton comincia a martellare dall’arco per il primo “Forza Rimini” ritmato della serata. “Andrea Costa vinci per noi”, rispondono dall’altro lato: non c’è sosta, non c’è silenzio, non siamo al 105 Stadium.
Dopo essersi reciprocamente ricordati l’inferiorità degli uni rispetto agli altri, i tifosi Aget cominciamo a scaraventare le loro voglie sul vecchio e caro plexiglas del Flaminio, cosa che dall’altra parte avviene di rado: si sente anche una voce fuori dal coro, ma non è quella di Bunn. Lui e Riley riaccendono altre speranze, anche quando Phil Goss arriva al palazzo (ritardo ingiustificato di mezzora): sul 74-79 a 5 giri di lancette dalla fine, scatta la sciarpata con un “Forza Imola” imperioso. L’ultima stilla dei Granchi rimbomba tuonante in un Flaminio da batticuore, poi però le comete di German rompono l’urlo in gola a tutta la Rimini canestraia, mentre le sentenze di Riley esplodono l’urto della curva ospite, letteralmente impazzita di fronte a un successo che sa di resurrezione vera e propria.
Nel finale qualche concepibile “complimento” a distanza, tutta roba ordinaria. L’abbraccio dei guerrieri in mezzo al campo rende onore a tutti, vincitori e vinti, così come la commozione per Candido Cannavò, in principio, aveva accumunato tutti in uno scrosciante e sacrosanto applauso. Mani e braccia al cielo per tutti, eroi in pantaloncini e non, e la convinzione di un “pareggio” del tifo che vale una vittoria per tutte e due le città. C’è da sperare di incontrarsi ancora, perché noi, un Flaminio così, ce lo eravamo quasi dimenticato. Ma loro no.

Categoria: Basket
 

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