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In principio era Omar Thomas. Faccia da duro, poche parole ma tantissimi fatti. Impenetrabile nel suo io, invalicabile quando abbassava le gambe e si metteva giù. Adesso è Chris McCray, da Capitol Heihgts, Maryland, 24 anni e una sfacciata somiglianza con Carmelo Anthony, l’asso dei Nuggets oro olimpico col Dream Team della redenzione americana.
Spalle pazzesche, forse qualche chilo da smaltire, e una voglia matta di pallacanestro. “Adoro il basket. Mi piace in ogni suo fondamentale: difesa, attacco, rimbalzi, assist. Posso migliorare in tutto, ma giocando tanto lo farò”.
A prima vista sembra quasi timido, “C-Mac” (è il suo nick), ma poi, via via che le domande susseguono, si capisce benissimo che dopo il taciturno Goss, siamo davanti a un istintivo, un giullare da parquet, uno che apre gli occhi e va di improvvisazione. “Le mie finte di corpo? Mi piace lavorare d’estate. Guardo anche i movimenti di altri giocatori, per cercare di migliorarmi”.
Dopo la trafila universitaria con Maryland, college per il quale è stato uno dei punti di riferimento fino al 2005, il sogno NBA, nel 2006, con solo 5 match e qualche spicciolo (“ma non è un ossessione, a me basta giocare in un campionato competitivo, e la LegaDue lo è” dice lui), prima della Nbdl vinta coi Dakota Wizards e poi lo sbarco in Europa, ad Ostenda, Belgio e Uleb Cup.
“Lo avevamo già ammirato lo scorso inverno, quando giocò alla grande contro Fortitudo e Dinamo Mosca – svela gli interessi prematuri Renzo Vecchiato – e onestamente ci aveva colpito subito per il talento e la semplicità con la quale faceva tutto. Mi sono stupito che nessuno lo abbia cercato, forse per quei 17’ minuti di media con Ostenda che effettivamente stridono col valore del ragazzo”.
La speranza è che in tanti si pentano, di aver lasciato McCray sui lidi romagnoli, così come Vecchiato fa ammenda nei confronti del coach imolese Bianchi, “al quale ho già chiesto scusa personalmente perché le frasi su De Pol (“è vecchio, meglio che sia andato a svernare a Rimini”, ndr) non erano sue ma di qualcun altro”.
Anche il treccioluto Chris ha un dispiacere. “Sento qualche barriera con la gente perché non so la vostra lingua – sorride – per cui spero di impararla presto. Rimini è una città bellissima, le persone mi sorridono. La squadra? Mi sembra che ci siano ottimi giocatori, e un coach preparatissimo. Per carattere sono sempre andato d’accordo con tutti, e poi qui ho ritrovato anche Phil Goss. A Ostenda c’erano cinque americani, e 3 nel mio ruolo, compreso l’ex Nba e leader del gruppo Jerry Green: difficile giocare tanto, anche se quando entravo producevo molto (più di 8 punti di media, ndr). Qua giocherò di più? Sono qui per questo”.
Bambinone a prima vista, ma già padre di due figli. Christopher ha 3 anni, Christian 2. “Verranno a Rimini presto, accompagnati da mia sorella Shard. In Belgio, all’inizio, ho sofferto molto la mancanza dei miei cari. Per me è fondamentale, così come la squadra è la mia grande famiglia. Vedrete, ci divertiremo”.
Pochi fronzoli, direte voi. E invece no, per fortuna. “I like the night life”. Lo dice senza peli sulla lingua. A 24 anni, del resto, sarebbe strano il contrario. Di notte ballerà, dopo aver fatto ballare il 105 Stadium. La speranza è tutta li, tra una treccina e un sorriso alla Carmelo. “Gli assomiglio? Non lo so, ma spero di fare tanto per i Crabs”.

Categoria: Basket
 

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