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«Se vi interessa il pedigree, allora dovreste provare da qualche altra parte». E’ questa la risposta molto diretta che lo stesso Hugh Laurie, meglio conosciuto come il Doctor House della celebre serie televisiva statunitense, ha dato fin dal booklet del suo primo album Let Them Talk a chi si chiedeva perché un attore britannico di successo avesse deciso di intraprendere una carriera parallela da musicista blues.

Perché fa uno strano effetto sentire cantare questo genere di musica da un cantante con un accento inglese così spiccato.
E perché i bluesman provenienti dall’altra sponda del Canale della Manica che sono riusciti ad aggirare questo “ostacolo” e a sfondare si contano sulle dita di una mano: John Mayall, Eric Clapton… e già faccio fatica ad andare avanti.

Quella di Hugh Laurie, però, è la storia di un coronamento di un sogno. Che comincia quando ha 6 anni, ed inizia a prendere lezioni di pianoforte. Che continua quando si innamora delle leggende e dei classici del blues di New Orleans che ascolta alla radio. E che si è preso tutto il tempo che poteva per farlo crescere nel migliore dei modi, aspettando che il successo nelle vesti di attore potesse permettergli di coltivarlo come voleva.

Facendolo diventare –anche questa definizione è sua– un inglese di classe media che si azzarda a trasgredire il blues che tanto ama.
I suoi fan più sfegatati –e ieri sera all’Auditorium Manzoni di Bologna ce n’erano molti– lo avrebbero apprezzato in ogni caso. Però è inutile negare che la tecnica c’è, il feeling con la Copper Bottom Band anche, e pure il piacere di avere trascorso due ore ascoltando buona musica.

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Categoria: Spettacolo
 

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