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EARL BOYKINS alla Virtus è una notizia che, a due giorni di distanza dalla sua ufficialità, continua a circolare nei portici di BasketCity suscitando entusiasmo e discussioni.
Un interesse e un apprezzamento reciproco dato che il folletto proveniente dalla Nba ha passato le ultime due settimane a studiare tre città: Bologna, Vitoria e Tel Aviv e alla fine la sua preferenza è caduta proprio sulle Due Torri.
«Ho scelto Bologna — racconta Boykins da Cleveland dove vive con la sua famiglia — perché, oltre alla grande opportunità cestistica, mi sembrava la città più adatta per noi quattro. A fine agosto con me arriveranno anche mia moglie e i miei due figli che potranno tranquillamente frequentare la loro nuova scuola internazionale».
Che cosa conosce della Virtus?
«So che è un grande club e che in passato vi hanno militato giocatori forti come Ginobili che poi si sono affermati in tutto il mondo. Mi sono sentito lusingato nell’essere chiamato da una società che ha una tradizione così importante e che, nonostante io sia un rookie in Europa ha deciso lo stesso di fare una scommessa e di puntare su di me».
Studiando la nostra città sarà sicuramente inciampato nella parola derby. Che cosa pensa di questa partita?
«La ritengo necessaria e non vedo l’ora di giocarla. In carriera ho già affrontato gare del genere e sono uniche per le emozioni che vivi e per la carica che ricevi dall’esterno. Nel passato ho già visto qualche gara tra Virtus e Fortitudo perché uno dei miei passatempi preferiti quando sono a casa, è quello di guardare in televisione le partite di basket in cui non gioco da quelle della Nba a quelle dell’Eurolega».
Che cosa racconterebbe della sua carriera?
«Che ho sempre giocato per vincere e che mi sento un vincente. Quando ho la palla in mano cerco sempre di pensare a quello che bisogna fare per condurre la squadra alla vittoria. Nella pallacanestro non ci sono altri risultati possibili, per cui in ogni gara un professionista deve fare tutto quello che è necessario per ottenere il successo».
La sua altezza, 165 centimetri, non è quella tipica di un giocatore di pallacanestro, come mai ha iniziato a giocare a basket?
«E’ stata l’ostinazione di mio padre che mi ha fatto diventare un giocatore professionista. Da bambino tutti i giorni mi portava al campetto poi quando sono cresciuto mi ha spronato ad andarci da solo. In certi gesti come passare la palla o catturare un pallone vagante ero un po’ più bravo dei miei amici e da lì mi sono convinto che sarei potuto diventare un giocatore vero».
Perché la Virtus e perché a 32 anni compiuti la scelta di venire in Europa?
«Mi piacciono le sfide e dopo 10 anni di Nba era venuto il momento di cercare nuovi stimoli. Ho subito pensato che la Virtus fosse una grande opportunità per me, poi la mia convinzione è aumentata parlando con il coach Renato Pasquali e con il general manager Andrea Luchi. Mi piace l’idea di avere la squadra in mano pur sapendo che la pallacanestro è un gioco dove tutti i giocatori sono importanti ma dove è necessario avere anche carisma e tanta voglia di vincere. Prima di firmare il contratto la società si è sincerata che avessi capito bene una cosa e cioè che questo per la Virtus è un anno importante in cui bisogna assolutamente essere concreti nei risultati, io faro di tutto per riuscirci».

Categoria: Calcio
 

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