Telecentro Odeon TV

La Tv di Bologna e dell'Emilia-Romagna (canale 17 e 71)

No Banner to display

Matteo Boniciolli, artefice del miracolo avellinese, come vede Basket City?
«Si segue una fase ciclica e indubbiamente le sberle subite dalle piccole la scorsa stagione hanno fatto riflettere, favorendo la voglia di tornare grandi. Ho l’impressione che le premesse ci siano tutte».
Per lei Bologna ha ancora quel fascino della sua finale scudetto con la Fortitudo o da lontano la guarda più disincantato?
«Bologna, lo dico sempre, è la Milano del basket. Io adoro questa città prima ancora dei suoi connotati cestistici, e più volte ho chiesto a mia moglie di comprare casa qui perché si vive bene, ma lei non vuole trasferirsi. Quando ci torno mi accolgono benissimo da entrambi i due “schieramenti”. Anche extra-basket, per esempio Ivo della Braseria, che saluto con affetto. L’ultima volta ero in Val Badia quando un turista bolognese m’ha fermato per fare due chiacchiere».
Se fosse passato dal Crb avrebbe assistito alla prima conferenza stampa in bianconero del suo ex Alex Righetti.
«Che ragazzo fantastico! Alex è uno dei non moltissimi che al di là dei soldi ama tantissimo la pallacanestro. I grandi successi arrivano sempre con le grandi persone e io credo che la Virtus non si pentirà di lui».
E Boykins? L’ha lanciata lei la moda del «play nano»…
«Sì e sono onorato di aver scelto e allenato Marques Green. Boykins segue questa linea ma ha dieci anni di Nba alle spalle che è tutto dire. Un giocatore formidabile».
Guardiamo alle sue di spalle: quattro finali in nove anni e una marea di giocatori a cui ha spianato la strada, tra cui la stella Charles Smith…
«Amo i miei giocatori, non sono come tanti che li reputano figli di buona donna. Non si escludono litigi pazzeschi, ma la stima alla base crea quel valore aggiunto per fare la differenza».
Ha conquistato il posto in Eurolega e il titolo di miglior allenatore dell’anno, scalzando Pianigiani. Eppure è ancora senza contratto. Come se lo spiega?
«Ho smesso di chiedermelo e non m’aspetto più niente da nessuno. La gente ha parlato molto del mio addio ad Avellino, nel mondo delle dietrologie s’è detto pure che lasciai perché avevo già un grosso contratto nel taschino. Ma la verità è che ho mollato per dedicarmi a mia moglie e ai miei due bambini. Volevo essere prima un buon padre che un buon allenatore. Potevo continuare e salutare i miei figli dall’ufficio, con la video chiamata. Invece ho scelto la sveglia la mattina per portarli a scuola. Poi lavoro per Trieste, una piazza che merita il rilancio».
Diciamola, una scelta atipica. In quanti addetti ai lavori l’hanno imitata o preceduta?
«Nessuno. La diversità si paga sempre ».
Ma qualche offerta l’avrà pure ricevuta.
«I russi del Rostov m’avrebbero garantito una barca di soldi, e anche il Besiktas. Ma non sarei mai andato tanto lontano, non per denaro almeno. Oggi sono ancora sul mercato».
Fra qualche mese dunque potremmo rivederla in panchina?
«Chi può dirlo, gli esoneri, si sa, sono all’ordine del giorno».
Ha detto, «la diversità si paga». Lei come è stato «bollato» dalla pallacanestro?
«S’è sempre ironizzato sul mio carattere, dicono sia un estroverso per non dire un matto. Ma è così che funziona quando esprimi opinioni fuori dal coro».
Lei e i compromessi…
«Andiamo malissimo».
Adesso a che punto è?
«Nel pieno della maturità di allenatore. Ho ricevuto attestati di stima, anche da un ex dirigente Fortitudo ai tempi del mio esonero. Vinta la Coppa Italia mi scrisse che s’erano sbagliati sul mio conto, fraintendendo il mio entusiasmo e la mia euforia».
Le manca fare mercato dietro la scrivania?
«Non particolarmente».
I soldi?
«Ci ho rinunciato, però poco tempo fa mio figlio di sei anni, che praticamente non ho visto crescere, m’ha detto ch’era felice di avere papà finalmente a casa. Senza essere patetici, è stato davvero fantastico».

Categoria: Calcio
 

Lascia un Commento


Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.