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Dopo la trasferta di Caserta, e l’ennesimo ko in campionato, la Fortitudo si interroga viaggiando verso Valencia, dove una eventuale difficilissima vittoria quasi certamente non basterà a proseguire il cammino in Eurocup, ma potrebbe dare un segnale di reazione, se non arrivasse, qualcosa potrebbe cambiare all’interno del gruppo. Nonostante l’impossibilità di operare sul mercato, Woods (più di Gordon) appare sempre più sull’orlo del taglio. La Fossa dei Leoni che contesta la Fortitudo, tradendo e violentando i suoi dogmi: sempre e comunque, ovunque con te. Può sembrare un’eresia, invece è la realtà amara attuale che fotografa l’ennesima, da tre anni a questa parte, stagione delle disillusioni. E’ invece un atto d’amore, ancora rinnovato, attraverso la forma più dura e dolorosa per chi sa cosa vuoi dire essere della Fossa. Il modo di scoprire se in fondo al barile anche questo maldestro e squinternato gruppo un’anima ce l’ha. Il modo disperato per provocare una reazione ed evitare il peggio, l’irreparabile in una caduta senza freni. Farlo a Caserta, nella Terra del Lavoro, dove il Cavalier Maggiò diede vita al miracolo Juve, ha un doppio senso: il lavoro come unica strada per uscire dal guado, ricompattarsi rinunciando a presunti diritti delle individualità. Farlo, proprio al Palamaggiò, davanti alla tifoseria di casa con cui si festeggiava un gemellaggio che dura da sempre, deve essere stato ancor più doloroso e triste per la Fossa: dover far vedere ai propri amici che per una volta abbandonavano al loro destino i propri colori. Allora bisogna andare alle radici di una scelta. Come ricordato non accadeva dalla stagione ’89-90, ma era la terz’ultima giornata, la fine già scritta e la squadra all’ingresso sul parquet divenne un’enorme frittata. Con un filo comune invisibile che si penserà solo casuale e non brutto presagio, allora capitano era Zatti, pure lui capitano, nato a Sasso Marconi e in Fossa: come Lamma oggi, il meno responsabile però. Farlo ora a metà stagione ha un significato più profondo, è una rottura senza precedenti e per ricucirla ci vorranno settimane, mesi, di impegno e risultati concreti. Ma è anche un modo per stimolare tutti, da Savic alla squadra, a riprendere la rotta e a dare un segnale. Basterebe forse ad una tregua necessaria per evitare di firmare una delle stagioni più vergognose della storia biancoblù. Evocare la parola retrocessione non è esagerazione: il rischio c’è, di squadre senza paracadute suicidatesi al loro narcisismo è piena la storia. Meglio prenderne coscienza, non offendersi permalosamente, ma capire cosa c’è dietro e uscire allo scoperto prendendosi le responsabilità del caso da professionisti. Ora, dire che la sconfitta di Caserta al fotofinish sia un segno di un passo avanti, pare, a chi scrive e segue da trent’anni le sorti biancoblù, eccessivo, anche se Pancotto fa bene a vedere il lato positivo e deve sottolinearlo. La squadra non s’è sfaldata in difesa ma anche perché di fronte c’era un avversario debole, che costa un terzo, e che anch’esso s’affida al genio e non al calcolo. Poi, l’asse Huertas-Papa così solido e convinto non s’era mai visto e stava per cambiare la gara. Da Caserta però esce ko una Effe che non ha saputo chiudere una partita che nel finale aveva in mano e alla quale la Eldo si è riaggrappata grazie al cuore (mica un termine a caso) di un guerriero come Michelori. Lui, le cariche cieche di Di Bella, un Diaz più di quantità che qualità, sono bastati. Ironia beffarda della sorte, battuti più dagli ex virtussini, che da quelli biancoblù, anzi Frates per vincere Jenkins l’ha dovuto mettere a sedere prima che provocasse disastri irreparabili, come ha fatto da queste parti. Alla prova del nove, dopo una settimana nel mirino della critica e dei tifosi, il trio USA non ha reagito come si sperava. Strawberry ha difeso su Diaz scartato un anno fa dalla Effe, sull’altare del nome… Forte (errore frequente in questi tre anni infausti, il Big, il Nome da prendere per forza). Chi ancora una volta ha deluso come atteggiamento è Woods, mai continuo, mai decisivo (nonostante il coach gli abbia dato tutte le chances con 39′ in campo) ha firmato percentuali rovinose (38%) e palle perse imbarazzanti. Si diceva che il suo taglio era impossibile per ragioni tecniche, senza di lui la Effe non ha punti. Ma ieri con lui ne ha fatti 74 in 45′, e ha perso, portando il suo ruolino con Woods in campo a 2 vittorie e 7 ko. Dati che non supportano più la questione tecnica. Forse togliendo un personaggio difficile, si ridarebbe serenità agli altri, identificandosi in Strawberry e Mancio come punte designate, con Gordon in appoggio, visto che tutti faticano a rinunciare ad un tiro, si potrebbe creare un equilibrio migliore e ridare smalto a chi ora sembra perso. Chiedendo agli altri di fare zoccolo duro, sporcarsi le ginocchia, per salvarsi, obiettivo attuale. Magari basterebbe, e soprattutto restituirebbe anche la dignità, perché salvarsi al pelo con tante presunte stelle, e un Woods così, non salverebbe la faccia. Da qui alla partita con Teramo, questa la riflessione che Savic e Pancotto, gente che nella loro carriera non ha mai avuto paura di decisioni forti, dovranno fare e affrontare con coraggio: e non si tratta di fare scelte populiste per accontentare la piazza. Perdere tempo è rischioso, e Teramo un altro cliente che può seminare lo sconforto. Urge decisionismo e sangue freddo, in fondo potrebbe rivelarsi un rischio calcolato e azzeccato. Anche perché peggio è difficile riuscire a fare.

Categoria: Basket
 

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